Il Decreto Sicurezza: analisi delle norme su occupazione di immobili urbani e sfratto con un focus sulla realtà di Roma

Al centro dell’evoluzione normativa nella sempre più ampia ed indefinita materia della sicurezza pubblica si colloca il cosiddetto “Decreto Sicurezza” (Decreto-Legge n. 48/2025, convertito nella Legge n. 80/2025), il cui obiettivo dichiarato è quello, tra gli altri, di rafforzare la tutela della proprietà privata e accelerare i meccanismi di ripristino della legalità in caso di occupazioni abusive.

Una delle innovazioni più rilevanti è l’introduzione dell’articolo 634-bis nel Codice Penale, che configura per la prima volta una fattispecie autonoma di reato specificamente incentrata sull’occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui. Questa norma si distingue dall’articolo 633 c.p. (invasione di terreni o edifici) e dall’articolo 614 c.p. (violazione di domicilio) per la specifica tutela accordata al concetto di abitazione privata, riconoscendo al diritto all’abitazione una valenza costituzionale e elevandolo a bene giuridico meritevole di una protezione penale più severa. L’articolo 634-bis c.p. punisce con la reclusione da due a sette anni chiunque, mediante violenza o minaccia, occupi o detenga senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui o le sue pertinenze, ovvero impedisca il rientro nel medesimo immobile del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente. La severità della pena riflette l’intento del legislatore di colpire non solo il danno alla proprietà, ma anche la violazione dell’intimità della vita privata. La stessa pena si applica anche a chi si appropri dell’immobile con artifizi o raggiri, o lo ceda ad altri. Un aspetto significativo è l’estensione della punibilità anche a chi, pur non partecipando direttamente all’occupazione, si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile, ovvero riceve o corrisponde denaro o altre utilità per l’occupazione medesima. Questa previsione mira a contrastare le reti organizzate che lucrano sulle occupazioni abusive. È prevista una causa di non punibilità per l’occupante che collabori all’accertamento dei fatti e ottemperi volontariamente all’ordine di rilascio dell’immobile. Questa clausola è intesa a deflazionare i procedimenti penali e incentivare una rapida restituzione del bene. Per quanto riguarda la procedibilità, il reato è di regola punito a querela della persona offesa, procedendosi d’ufficio (ossia senza necessità di querela) se il fatto è commesso nei confronti di persona incapace per età o infermità, o se l’immobile è pubblico o destinato a uso pubblico.

Strettamente connessa al nuovo reato è la procedura di reintegrazione nel possesso dell’immobile, introdotta dall’articolo 321-bis del Codice di Procedura Penale. Questa disposizione mira a garantire una tutela rapida ed efficace a chi si ritrova con il proprio immobile occupato abusivamente. La novità più significativa è la possibilità di sgombero immediato in determinati casi, senza la necessità di un passaggio giudiziale preventivo. In particolare, se l’immobile occupato è la prima casa del proprietario le forze dell’ordine possono intervenire tempestivamente. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, una volta ricevuta la denuncia e verificata la sussistenza di fondati motivi per ritenere l’occupazione arbitraria, possono ordinare all’occupante di rilasciare immediatamente l’immobile e contestualmente reintegrare il denunciante nel possesso. In caso di rifiuto, possono procedere coattivamente, previa autorizzazione del Pubblico Ministero.

I tempi per la reintegrazione nel possesso sono stringenti a causa dell’urgenza. Il verbale delle operazioni deve essere inviato al Pubblico Ministero entro 48 ore dalla redazione. Il giudice deve emettere l’ordinanza di convalida entro dieci giorni dalla ricezione della richiesta. Il mancato rispetto di questi termini comporta la perdita di efficacia della reintegrazione.

È fondamentale distinguere tra occupazioni illegittime e controversie tra locatore e conduttore. Il decreto colpisce le occupazioni abusive, non le mere situazioni di morosità o la fine di un contratto di locazione. È cruciale stabilire una chiara distinzione tra le occupazioni illegittime di immobili e le controversie che possono sorgere tra locatore e conduttore nell’ambito di un contratto di locazione. Il decreto legislativo in questione è stato specificamente concepito per affrontare e contrastare le occupazioni abusive di proprietà, ovvero quelle situazioni in cui un immobile viene occupato senza alcun titolo legale o consenso del proprietario.

Questo significa che le disposizioni del decreto non si applicano, e non intendono colpire, le mere situazioni di morosità, dove un conduttore non paga il canone di locazione pur avendo un contratto valido. Allo stesso modo, il decreto non interviene nelle casistiche in cui un contratto di locazione giunge alla sua naturale scadenza o viene risolto, situazioni che rientrano nella normale gestione dei rapporti contrattuali e per le quali esistono già procedure legali specifiche (come lo sfratto per morosità o per finita locazione).

Il fenomeno dell’occupazione abusiva di immobili in Italia è un tema complesso che ha spesso visto il sistema penale impiegato come strumento primario per la tutela della proprietà. Questa prassi, sebbene comprensibile nella sua immediatezza, solleva importanti questioni riguardo alla sua reale efficacia e alle sue implicazioni sociali.

L’approccio punitivo, che si traduce in reati come l’invasione di terreni o edifici (art. 633 c.p.), tende a focalizzarsi sulla sanzione dell’atto illecito, piuttosto che sull’analisi e sulla risoluzione delle cause profonde che spingono individui o famiglie a occupare immobili. La radice del problema, infatti, è spesso da ricercare nella carenza di politiche abitative efficaci e nell’emergenza sociale che caratterizza ampie fasce della popolazione.

In un contesto dove l’accesso all’alloggio dignitoso è sempre più difficile a causa di prezzi elevati, salari stagnanti e burocrazia complessa per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, l’occupazione può diventare, per disperazione, l’unica alternativa per chi si trova in condizioni di marginalità o povertà. In questi casi, l’applicazione rigida del diritto penale può generare situazioni di ulteriore disagio, con sgomberi che lasciano intere famiglie senza un tetto, senza aver affrontato le motivazioni sottostanti.

È fondamentale, quindi, che la questione dell’occupazione abusiva venga affrontata non solo sotto il profilo della tutela della proprietà privata, ma anche considerando la dimensione sociale e i diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto all’abitazione. Ciò implica un ripensamento delle politiche abitative, con un maggiore investimento nell’edilizia sociale, la riqualificazione del patrimonio immobiliare inutilizzato e l’implementazione di misure di sostegno al reddito e all’affitto. Solo così si potrà superare l’attuale impostazione, che rischia di trasformare un problema sociale in unicamente un problema di ordine pubblico e sicurezza, senza fornire soluzioni durature e rispettose della dignità umana.

Nonostante gli obiettivi di rafforzamento della sicurezza e della tutela della proprietà, il Decreto Sicurezza ha sollevato numerose critiche da parte di associazioni, giuristi e organizzazioni sociali. La principale preoccupazione riguarda il rischio di criminalizzazione del disagio sociale e la potenziale violazione dei diritti umani, in particolare del diritto all’abitazione. Organizzazioni come ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Amnesty International, insieme a sindacati degli inquilini come SUNIA, hanno espresso forte preoccupazione. Si sostiene che la legge, pur mirando a colpire le occupazioni abusive, possa colpire indiscriminatamente anche persone in condizioni di estrema fragilità abitativa, trasformando il disagio sociale in reato. La previsione di pene severe e sgomberi rapidi, senza adeguate soluzioni abitative alternative, potrebbe portare a un aumento del numero dei senzatetto e a una “doppia violazione” dei diritti umani.

La relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, pur non esprimendo giudizi politici, ha evidenziato le possibili criticità e questioni interpretative del nuovo decreto. In particolare, ha rilevato che gli sgomberi rapidi potrebbero generare “grande disagio sociale”, poiché è difficile per gli occupanti trovare un nuovo alloggio in tempi brevi. Questo sottolinea la tensione tra la tutela del diritto di proprietà e la necessità di garantire il diritto all’abitazione, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Il dibattito pubblico sul Decreto Sicurezza si è intensificato, con le opposizioni che hanno parlato di “svolta autoritaria” e di un provvedimento che “criminalizza” il bisogno. La questione centrale rimane l’equilibrio tra la repressione delle illegalità e la gestione di un problema sociale complesso come l’emergenza abitativa. Alcuni osservatori temono un uso eccessivo della forza pubblica e l’assenza di tutele per i soggetti in condizioni di fragilità, suggerendo l’introduzione di strumenti di mediazione sociale e l’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari come alternative più strutturali. Il decreto, infatti, distingue tra occupazione abusiva ed emergenza abitativa, lasciando le politiche sociali di competenza degli enti locali. Tuttavia, la critica è che senza investimenti seri in politiche abitative, i diritti rimangono solo parole.

La città di Roma offre un caso di studio emblematico per analizzare l’intersezione tra le nuove norme in materia di sicurezza e la persistente emergenza abitativa. La Capitale è un crocevia di dinamiche sociali, economiche e urbanistiche che rendono il problema dell’occupazione e dello sfratto particolarmente acuto.

I dati sugli sfratti a Roma sono allarmanti. Nel 2023, la città ha registrato il numero più alto di sgomberi in Italia, con 2.058 esecuzioni, a fronte di 5.081 provvedimenti emessi e 4.447 richieste di esecuzione. La morosità si conferma la causa principale, con 3.006 sfratti per mancato pagamento dell’affitto. Nel 2022, i provvedimenti di sfratto a Roma avevano superato i 6.000, con un raddoppio degli sfratti eseguiti rispetto al 2019. Questi numeri si inseriscono in un contesto di crescente precarietà abitativa. Si stima che a Roma circa 12.000 persone vivano in abitazioni occupate abusivamente. La Caritas di Roma ha quantificato in 17.000 le persone senzatetto, mentre altre associazioni parlano di oltre 40.000 persone in emergenza abitativa. L’accesso alla casa è sempre più difficile per fasce crescenti della popolazione, non solo per chi vive in povertà, a causa dell’impennata dei prezzi degli affitti e della crisi dei redditi. Questo fenomeno è aggravato dal fatto che molte famiglie, pur avendo un contratto, si trovano espulse dalle loro abitazioni perché non riescono più a far fronte al canone di affitto.

In questo scenario di emergenza, i movimenti di lotta per l’abitare a Roma hanno assunto un ruolo di denuncia e di azione diretta. Questi movimenti, come Action o i Blocchi Precari Metropolitani, hanno una lunga storia nella Capitale, risalente agli anni ’60 e ’70, e si sono evoluti per affrontare le nuove forme di disagio abitativo. La loro attività si concretizza spesso nell’occupazione di immobili inutilizzati – come scuole, caserme o uffici abbandonati – al fine di fornire una casa a chi non può permettersela e di riconvertire questi spazi in centri sociali, biblioteche, doposcuola e servizi per la comunità. La loro azione è una denuncia costante del paradosso romano: una città con migliaia di persone senza casa e, al contempo, un vasto patrimonio immobiliare inutilizzato e abbandonato. Questa contraddizione è al centro delle rivendicazioni dei movimenti, che criticano le politiche securitarie come una risposta insufficiente e repressiva a un problema che è, in primis, sociale ed economico. Essi sostengono che la criminalizzazione dell’occupazione non risolve la radice del problema, ma ne sposta solo le conseguenze, ignorando il bisogno abitativo di una larga fascia della popolazione.

La denuncia dei movimenti per il diritto all’abitare a Roma si fonda su dati concreti: a fronte di circa 57.000 famiglie in emergenza abitativa (pari a circa 200.000 persone), si contano circa 34.500 unità alloggiative sfitte o invendute. Questo squilibrio evidenzia una disfunzione strutturale nel mercato immobiliare e nelle politiche abitative. Il Comune di Roma ha tentato di affrontare la questione con piani strategici, come il piano 2023-2025 per il diritto all’abitare, che prevede il reperimento di alloggi, il rafforzamento dei programmi di recupero del patrimonio edilizio e la revisione delle misure di welfare abitativo. L’Agenzia del Demanio ha anche promosso la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico per un futuro sostenibile e inclusivo. Tuttavia, la crisi abitativa è profonda e affonda le radici nella liberalizzazione del mercato degli affitti e nella svendita del patrimonio pubblico e degli enti previdenziali, che hanno azzerato i fondi per l’edilizia residenziale pubblica. La crescita del numero di case non ha corrisposto a una riduzione del disagio abitativo, e il mercato immobiliare romano, con l’aumento dei valori e dei canoni, sta spingendo le famiglie verso la periferia o l’esclusione. 

In prospettiva, il funzionamento del Decreto Sicurezza non potrà prescindere dalla capacità delle autorità di bilanciare ordine pubblico e diritti individuali, concretizzando un importante affidamento nella discrezionalità di magistrati e prefetti. È imperativo, viceversa, che alle misure di contrasto alle occupazioni abusive si affianchino politiche sociali e abitative strutturali, con investimenti significativi nel reperimento e recupero di alloggi pubblici, nella promozione di affitti a canone sostenibile e nell’implementazione di servizi di mediazione sociale. Solo un approccio integrato, che non ignori le cause profonde del disagio abitativo, potrà garantire una maggiore sicurezza e giustizia della proprietà immobiliare italiana, specialmente in contesti complessi come quello di Roma.

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